Disturbi dell’età evolutiva, Ius: “Nella nuova sede saremo ancora più vicini alle famiglie”

“I percorsi riabilitativi, se avviati in età prescolare o durante i primi anni della scuola primaria, possono dare risultati più rapidi, migliori”. La diagnosi precoce per i disturbi dell’età evolutiva, riferiti in particolare alla sfera neuropsicologica, può fare la differenza.

Ne è convinta Simona Ius, psicologa e psicoterapeuta di Roma che si occupa da anni di disturbi dell’età evolutiva. “Questo non vuol dire che non siano efficaci se avviati successivamente: siamo sempre tutti riabilitabili, anche se è chiaro che molto dipende dal tipo di patologia, dal carattere della persona”, precisa la consulente dell’Associazione “Un, Due, Tre Stella” che a gennaio inaugurerà una nuova sede in via Aurelia. Il centro polispecialistico abbraccerà un’area più vasta di Roma, con l’obiettivo di agevolare le famiglie chiamate a seguire il proprio figlio in un percorso riabilitativo che può durare anche diversi mesi. “I tempi di percorrenza saranno inferiori: in questo modo l’attività riabilitativa sarà percepita come qualcosa che si inserisce in un pomeriggio fatto anche di altre cose. Il bambino deve vivere certe situazioni nel modo più naturale possibile”.

Dottoressa, quando un genitore deve preoccuparsi e cominciare ad ipotizzare che il figlio possa avere qualche problema?

Non è una domanda semplice, perché non ci può essere una risposta unica. Le posso dire che per i disturbi dell’apprendimento o del linguaggio, e quindi inerenti l’area neuropsicologica, è opportuno, appena si ha un segnale, valutare ed, eventualmente, intervenire, naturalmente affidandosi a persone competenti. Una volta una mia collega insegnante disse una frase molto semplice e molto saggia, sostenendo che da sole passano solo le cose che non ci sono.

Cioè?

La reazione istintiva di temporeggiare, di aspettare che la cosa si risolva in qualche modo da sola, serve a ben poco, perché se un qualsiasi disagio scompare così, senza fare nulla, vuol dire, molto probabilmente, che non c’è mai stato nulla. Come in tutte le patologie, intervenire prima vuol dire intervenire meglio e meno a lungo. E’ comunque un vantaggio.

Prevenire è sempre meglio che curare. Ma non c’è il rischio di condizionare in qualche modo la vita, le abitudini di un bambino?

In realtà intervenire precocemente evita il condizionamento in negativo della difficoltà: il bambino non si identifica con quello che non riesce a fare, con i suoi limiti. Più si interviene quando è piccolo più riesce a valorizzare le sue risorse, le sue qualità. Non entra quindi nel circolo vizioso del “io non so parlare, io non so fare”. Questo approccio positivo agevola il percorso riabilitativo.

E per chi gli sta intorno, a partire dalla famiglia?

I genitori, così come gli insegnanti, entrano subito in una dinamica riabilitativa e sulla comprensione di cosa significhi attivare le meta-competenze di un bambino. Non è un elemento di poco conto, perché i genitori e gli insegnanti sono le figure adulte di riferimento e di supporto in ogni percorso riabilitativo.

Rispetto a qualche anno fa, le famiglie sono più collaborative? L’impressione è che ci sia una maggiore conoscenza di queste problematiche.

Sicuramente registriamo una maggiore attenzione, una conoscenza più diffusa anche sui DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per i quali, non a caso, c’è una legge apposita. Anche gli insegnanti sono più preparati e il fatto che la maggior parte dei bambini frequenti le scuole dell’infanzia, la vecchia materna, è un altro vantaggio, in quanto sono da subito sotto l’osservazione di un occhio esperto. Bisogna entrare nell’ottica che dietro un rendimento negativo a scuola o, addirittura, una vera e propria avversione c’è sempre un motivo da approfondire, sul quale lavorare con grande attenzione.

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