Disprassia, Sabbadini: “Massima attenzione ai bambini, i problemi sono su più livelli”

“I bambini con disagi hanno bisogno di un ambiente favorevole che ne rispetti le potenzialità, senza alimentare delusioni e frustrazioni”. Letizia Sabbadini, neuropsicologa e psicoterapeuta, è presidente di Aidee, Associazione Italiana Disprassia dell’Età Evolutiva. La disprassia è un disturbo che riguarda la coordinazione e il movimento e che può comportare problemi anche nel linguaggio. Una patologia che si muove su più livelli e che ha spinto la Sabbadini a definire un modello multisistemico e integrato.

 

Dottoressa, cosa si intende per multisistemico?

Lo sviluppo motorio ha diretti collegamenti con quello ligustico-cognitivo ed anche con aspetti che rientrano nella sfera emotivo-relazionale. Spesso ci troviamo di fronte a bambini con difficoltà e limiti linguistici che poi rivelano problemi anche di carattere motorio prassico e, quindi, delle funzioni esecutive. Di fronte ad un soggetto che ha una difficoltà in un determinato ambito dello sviluppo bisogna andare oltre, indagare.

Diventa quindi difficile arrivare ad una diagnosi precisa.

Sono ambiti complicati, nei quali bisogna agire su più fronti. Le disprassie rientrano del resto nei disturbi del neurosviluppo, con diretto coinvolgimento della sfera emozionale e motorio-prassico, ma anche del liguaggio e dell’apprendimento. Confucio diceva: “Se osservo imparo, se ascolto dimentico, se faccio capisco”. L’unica risposta è fare, misurarsi con la realtà.

 

Come bisogna comportarsi con un bambino che presenta questa tipologia di disagio?

Non bisogna sottovalutare il sentimento di frustrazione che si può scatenare nel bambino e che incide drammaticamente sugli aspetti cognitivi. Il bambino che viene messo di fronte ai suoi insuccessi non si sente all’altezza, soffre, vive una situazione di ulteriore disagio. Ecco che diventa fondamentale il ruolo della famiglia e di chi gli sta incontro.

 

Qual è il giusto atteggiamento da assumere per aiutarlo?

Bisogna chiedere sempre al bambino ciò che rientra nelle sue possibilità, nelle sue potenzialità. C’è inoltre da gestire il difficile rapporto con i suoi coetanei, dai quali non ci può attendere la stessa attenzione e sensibilità di un familiare.

 

 

Intervista estratta.

Fonte: “Centro Tralerighe – Roma”

Tutti i commenti (7)

    Buonasera, ho un alunno che ha i tratti della disprassia, ma io non sono un medico… Ho chiesto alla famiglia di indagare, ma sono passati due anni. Il bambino non ha nessun supporto fuori dalla scuola, cosa si può ancora fare… Ci sono dei percorsi che si possono attivare nelle scuole in collaborazione con gli specialisti in merito alla disprassia? Grazie

    Leggendo mi faceva una immensa tenerezza il nostro percorso. Alle mamme dico, non disperate, tutto passa. Diventeranno ragazzi meravigliosi, adulti completi e consapevoli. Molto responsabili, e che sanno stare al mondo

    e se un ospedale ha dichiarato che non c’è alcun sintomo..perché a 9 anni sa usare le forbici e versare l’acqua…come posso riproporre ad una bambina la miriade di test a colloqui che ha già sostenuto?

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